5 maggio – sciopero della scuola pubblica

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Oggi, 5 maggio 2015, la scuola pubblica di mobilita in uno sciopero generale contro la BUONA SCUOLA del governo Renzi.

Tra le proposte aberranti l’assunzione degli insegnanti per chiamata diretta del Preside che nel migliore dei casi creerà una scuola d’élite con tutti i professori migliori (lasciando a casa gli affetti da malattie gravi, le insegnanti con bimbi piccoli o in gravidanza… e contribuendo, di conseguenza, alla realizzazione di tante altre scuole ghetto, scartate dai “migliori” e dalle famiglie), nel peggiore chiederà le mazzette per farsi introdurre nell’organico triennale.
Non solo, la valutazione del personale dovrebbe ugualmente essere affidata al suddetto preside che potrebbe nel migliore dei casi perdere l’intero anno scolastico a osservare il lavoro dei suoi insegnanti nelle classi scheda alla mano (considerando almeno un giorno per ogni insegnante, con una media di 200 gg l’anno), nel peggiore stilare liste di proscrizione per gli “antipatici” (o non paganti) e valutazioni montate ad arte per i “simpatici” (ben paganti).

Di questo la scuola italiana sentiva il bisogno? Evidentemente no.
Tuttavia, il decadimento è reale. Dunque?

Dunque, va ricercato altrove.
1) L’autonomia scolastica; dal momento in cui si è data facoltà di scelta alle famiglie delle scuole dell’obbligo è iniziata una perversa concorrenza e una composizione classista degli utenti. L’offerta formativa extracurriculare è diventata il discrimine per la scelta di iscrizione. Così, si è arrivati a proporre lunghe e costose gite, settimane bianche, sport di tutti i generi, corsi di musica, di danza, di cinema, di parole crociate, di lingue straniere, di murales, di lavorazione della creta, del legno… Chi ci è riuscito è stato bravissimo e ha “rubato” iscritti ad altri istituti che accontentandosi oggi e domani degli scarti altrui, ha finito per diventare una scuola ghetto  e, spesso, per chiudere.

Inevitabile? Niente affatto. Si potrebbe ritornare alle scuole di quartiere, dove l’utenza si amalgama in modo interclassista, dove i professori vogliono andare perché vicine alle loro abitazioni. E tutte queste belle offerte formative? Se ritenute necessarie dallo Stato, le si “spalmino” in modo equilibrato in tutte le scuole.

2) La scuola a scatolette di sardine; le scuole in quartieri non a rischio dispersione scolastica possono avere classi di 34 alunni. Ci sono naturalmente delle norme che regolano la percentuale sulla base dei metri quadrati, della presenza o meno di portatori di handicap. Tuttavia, rimangono solo sulla carta. Perché? Semplice, perché se si rifiutano le iscrizioni si rischia di dirottarle altrove (con i problemi di cui sopra) e perché le percentuali di incentivi economici dei dirigenti diminuiscono. Così, le classi contengono il massimo contenibile, a tutto detrimento dell’insegnamento individualizzato e della didattica in genere. A cascata ne deriva il punto seguente.

3) Il terrore di bocciare; bocciare significa rischiare di perdere utenza (vd. punto 1), se così, diminuire gli incentivi dei presidi (vd. punto 2) o perdere il posto di lavoro (classi troppo piccole si accorpano, vd. punto 2) e ottenere in ogni caso una valutazione peggiorativa della scuola (sempre punto 2, nota per i presidi).

4) Impossibilità di mantenere anche una solo criticità nel percorso degli alunni; anche un 5 significa, infatti, bocciatura, dunque, sufficienza per tutti.

Tornare indietro su questi punti si potrebbe, se non ci fossero al potere degli stolidi burocrati che sbandierano la necessità di una riforma qualunque, anche sbagliata. Cambiare strada alla cieca può portare e sta portando verso un baratro senza ritorno.